Comunista ante litteram e ribelle per antonomasia: Spartaco - Santa Maria Capua Vetere



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A metà strada tra storia e leggenda, ribelle e fuggitivo,  condottiero e soccombente,  si colloca la figura più affascinante e controversa del mondo romano: Spartaco. Trace di origini, nutrito di un’abitudine alla violenza e al sangue e da un disprezzo per la vita, elementi intrinsechi al modus vivendi dei gladiatori, fu il primo schiavo, nonché combattente, a levare in alto il suo gladio non solo per sferrare colpi al nemico, ma anche per emettere il più grande grido di ribellione per la libertà che, anche se per poco, mise in ginocchio un impero come Roma.


Nella civiltà romana, infatti, prima dell’avvento del Cristianesimo che fu veicolo di valori umanitari, l’aggregazione sociale traeva linfa vitale dai ludi gladiatori che spettacolarizzavano la morte e, nel migliore dei casi, mitizzavano la figura del gladiatore che “saziava” la fame di violenza e crudeltà del popolo il quale ignorava che, dietro l’armatura di leggendari guerrieri, si nascondevano uomini la cui vita o morte si disputava tra la sabbia e il sangue dell’arena.


Un’arena, quella dell’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere in particolar modo, ancora oggi sembra voler evocare le grida di acclamazione con cui veniva accolto il leggendario Spartacus, o “semplicemente” il <<trace>>, perché la gladiatura questo binomio contrastante aveva in sé: da un lato occasione di conquista di fama e libertà per prigionieri di guerra, dall’altro reclutamento che “spogliava” l’uomo dei suoi più sacrosanti diritti per cedere il posto al combattente che dell’uomo conservava solo l’etnia.


Ed è proprio ciò che accadde a Spartaco per il quale il fato e gli dei vollero che da mercenario nelle truppe romane ne diventasse acerrimo ribelle e poi prigioniero proprio quando Roma decise di muovere guerra contro i Maidi,  la sua gente. Il confine tra disertore e partigiano è molto labile, ma il senso di appartenenza del trace ci porta a consegnare alla storia il guerrigliero, il partigiano!


Giunto in Italia su una nave insieme a tanti altri prigionieri a cui sarebbe toccato un simile e crudele destino, fu acquistato da un tale Lentulo Baziato, lanista che gestiva a Capua la più celebre scuola di gladiatori che fu il fulcro della più grande e ambiziosa ribellione di massa di prigionieri diversi per lingua, entia, cultura ma uniti da un grido comune: la libertà!


Artefici di questo progetto, insieme al trace, i galli Crisso ed Enomao e fu così che, in una notte della primavera del ’73, i gladiatori divennero fuggitivi e, col favore delle tenebre, sbaragliando le guardie, si aprirono le porte per la fuga che vide quale teatro delle prime vicende il Vesuvio sulla cui sommità trovarono inizialmente accampamento i fuggiaschi per poi dirigersi,  dopo aver  annientato con l’inganno il nemico romano, a Nocera e Benevento.


I territori su cui poggiavano piede i gladiatori  non furono indenni da una spirale di violenza fatta di razzie e saccheggi in cui il capo ribelle impose sempre, secondo un egualitarismo a dir poco audace per l’epoca, la divisione della preda in parti uguali: al fuggitivo e al partigiano si affiancava un “primitivo” comunista.


Nell’inverno dello stesso anno, i ribelli decisero strategicamente di dividersi tra il capo Spartacus che si spinse fino alla pianura padana e il capo Crisso che raggiunse l’Apulia, vicino al Gargano, dove incontrò la morte per mano del console Gellio inviato da una Roma che sempre meno tollerava l’idea di dover chinare il capo davanti a una massa di schiavi fuggitivi.


La morte di Crisso è stata consegnata alla storia come un’ulteriore pagina di umanità e sentimenti che nemmeno anni di gladiatura avevano debellato in Spartacus. Anche se anni di combattimenti avevano fatto sì che la morte diventasse “compagna” del loro mondo, tuttavia, abituarsi ad essa o rimanerne indifferente era tutt’altra cosa. Per onorare il suo compagno Crisso, Spartacus, infatti, sacrificò trecento prigionieri romani facendoli combattere fino alla morte in giochi gladiatori in onore del defunto: un significativo capovolgimento di ruoli tra vittime e carnefici che, almeno simbolicamente, rendeva giustizia e vendetta al compagno e a tutti gli schiavi morti ingiustamente per il frivolo divertimento romano.


A questo punto niente più sembrava frenare il <<trace>> e i suoi seguaci che si spinsero fino in Lucania dove ricevettero il primo duro colpo alla loro folle fuga dalle legioni dell’ ambiziosissimo console Crasso per il quale la vittoria contro Spartaco era la più grande occasione per acquisire prestigio agli occhi di Roma.


Dopo il fortunato esito della battaglia, Crasso, più che uno scontro diretto (erano pur sempre gladiatori), optò per un logoramento dell’armata nemica che intendeva dirigersi verso la Sicilia il cui tentativo di sbarco fu fallimentare al punto tale da indurli a tornare indietro e a risalire a nord attraverso l’Aspromonte. Un’altra serie di scontri, tra cui quello in Lucania, stavano lentamente sfinendo l’armata ribelle che pian piano si trasformava in gruppi di disperati allo sbando, fino al “colpo di grazia” finale che avvenne a Salerno nel ’71. Qui si scontrarono la spada dell’ambizioso console e  il gladio dello schiavo che cadde da “imperatore”.


Del sogno di raggiungere Roma rimasero seimila croci disseminate sull’Appia, le croci su cui furono inchiodati i corpi dei ribelli di cui, però, rimasero immortali le idee di  giustizia e libertà, una libertà di cui Spartaco è diventato nei secoli simbolo per antonomasia.



Dott.ssa Valeria Nerone

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